Da vent’anni il 5×1000 permette ai contribuenti di sostenere le organizzazioni del Terzo Settore. Che cosa rappresenta oggi per gli enti che lo ricevono? E che cosa si potrebbe migliorare?

È maggio, la dichiarazione precompilata è già online: si controllano le spese mediche, si conferma qualche detrazione, e il più è fatto. Resta un’ultima schermata con tre riquadri: otto, cinque e due per mille. Sul telefono c’è un messaggio arrivato qualche settimana prima nel gruppo WhatsApp del condominio, inoltrato da chi fa volontariato in un’associazione del quartiere, con un codice fiscale e due righe di presentazione. Si copia, si incolla, si invia. Basta meno di un minuto e non costa nulla, perché quella quota dell’imposta si pagherebbe comunque.

Una volta inviata la dichiarazione, quella scelta segue un percorso meno visibile. Viene registrata dall’Agenzia delle Entrate insieme a milioni di altre e, mesi dopo, contribuisce a determinare la somma destinata all’associazione.

L’associazione conoscerà il numero delle scelte ricevute e l’importo assegnato, ma non i nomi di chi l’ha sostenuta. È una particolarità del 5×1000 che, dopo vent’anni, continua a pesare sul rapporto tra contribuenti ed enti.

Introdotto nel 2005 come misura sperimentale, il 5×1000 è diventato negli anni una risorsa importante per molte organizzazioni. Rimangono alcune difficoltà, soprattutto nei tempi di erogazione dei fondi e nella programmazione delle attività. E resta aperta una questione: come avvicinare chi firma alle realtà che ha scelto di sostenere? Gli elenchi pubblici riportano scelte e importi, ma non raccontano che cosa rappresentino quelle somme nella vita quotidiana di un ente.

Per capirlo meglio, abbiamo posto tre domande a Kayros e Cometa, due organizzazioni che lavorano con i giovani, tra accoglienza, educazione e accompagnamento. Riportiamo le loro risposte di seguito.

  1. Ogni anno milioni di persone destinano il proprio 5×1000 a un’organizzazione. Per voi, che cosa significa davvero quella firma?

K: Per noi quella firma non è solo un dato amministrativo o una cifra sulla dichiarazione dei redditi: è un atto di fiducia profonda. Significa che qualcuno ha scelto di stare dalla nostra parte. È il modo in cui le persone decidono di entrare a far parte della nostra quotidianità e di sostenere concretamente i ragazzi che accogliamo. Dietro ogni firma c’è una persona che riconosce il valore del nostro lavoro e sceglie di mettersi al nostro fianco per offrire a questi giovani un luogo sicuro, un’occasione di riscatto e gli strumenti per rimettersi in gioco. È una spinta fondamentale che ci permette di esserci, ogni giorno, passo dopo passo.

C: Per Cometa, quella firma è un gesto di fiducia. Significa sapere che qualcuno crede nel nostro modo di educare, accogliere e accompagnare e decide di camminare insieme a noi.

Ogni firma ci aiuta a dare continuità a ciò che accade ogni giorno in Cometa: l’educazione, l’accompagnamento, la formazione, il sostegno alle famiglie e l’ingresso nel mondo del lavoro a fianco di bambini, ragazzi e famiglie. In questo modo contribuire, concretamente, a costruire per loro nuove opportunità.

Per noi di Cometa inoltre significa farci conoscere nel nostro territorio e avvicinare nuovi potenziali donatori con uno strumento semplice e alla portata di tutti.

Per entrambe le organizzazioni la firma è prima di tutto un segno di fiducia. Ma tra la scelta del contribuente e l’arrivo dei fondi passano mesi, e non è facile mostrare a chi ha firmato che cosa è stato fatto grazie al suo sostegno. Da qui nasce la seconda domanda.

  1. Secondo la vostra esperienza, c’è un aspetto del 5×1000 che migliorereste o cambiereste oggi?

K: L’aspetto del 5×1000 che vorremmo migliorare riguarda il rapporto con chi sceglie di sostenerci. Spesso il meccanismo del 5×1000 è percepito solo come un adempimento burocratico, in cui chi dona non sa quasi mai che fine faccia effettivamente il proprio contributo a causa dei tempi molto lunghi di erogazione dei fondi. Ci piacerebbe che fosse un sistema ancora più trasparente e immediato tra donatore e organizzazione. Sarebbe bello poter accorciare le distanze e fare in modo che chi sceglie di donare possa percepire in modo ancora più vivo e diretto il legame con i progetti che sta concretamente aiutando a realizzare.

C: Un aspetto che ci piacerebbe migliorare è la possibilità di creare un legame più diretto tra chi sceglie di destinare il proprio 5×1000 e la nostra organizzazione che lo riceve.

Avere maggiori informazioni, naturalmente nel pieno rispetto della privacy, permetterebbe non solo di comprendere meglio la propria comunità di riferimento, ma soprattutto di restituire alle persone che credono nel nostro progetto, ciò che quella scelta ha reso possibile.

Kayros e Cometa vorrebbero poter raccontare meglio ai sostenitori che cosa hanno reso possibile. Il punto delicato è trovare un modo per farlo rispettando la privacy di chi firma.

Gli importi e il numero delle scelte aiutano a capire la dimensione del 5×1000. Per vedere che cosa può cambiare nella vita delle persone, però, servono anche le storie. Abbiamo chiesto alle due organizzazioni di raccontarne una.

  1. C’è un progetto, un risultato o una storia che racconta meglio di altre il valore generato dalle firme ricevute?

K: Ci sono tantissime storie che raccontano il valore di quello che facciamo, come quella di Islam: arrivato in Italia da solo, poco più che ragazzino, e cresciuto in Comunità fino ad aprire oggi una sartoria in centro a Milano, lavorando con importanti marchi di moda. Ma se dovessimo riassumere il valore delle firme ricevute, la risposta sarebbe più ampia. Grazie a queste risorse possiamo garantire a ogni ragazzo che arriva da noi un’accoglienza vera, fatta di ascolto, persone presenti e opportunità concrete. Il valore generato non è un singolo progetto, ma la possibilità per i nostri giovani di cambiare prospettiva e costruirsi un futuro in cui credere.

C: La storia che più rappresenta il valore generato dal 5×1000 in Cometa è quella di Francesco: “Ti racconto una storia straordinaria: la mia. Sono Francesco. I miei problemi sono iniziati a 14 anni, quando, facendo fatica a scuola, ho avuto degli attacchi di panico, avevo una bassa autostima… la percezione che la mia vita fosse inutile. Un giorno un’amica di mia mamma mi ha parlato della scuola di Cometa. Io non sapevo cosa fare nella mia vita, quindi mi sono fidato. Il primo giorno di scuola, al corso di falegnameria, abbiamo realizzato un sottopentola in legno. Da quella piccola cosa concreta, la mia autostima ha iniziato a crescere: non era vero che non sapevo fare niente, quindi non era nemmeno vero che ero inutile! Ho trovato un luogo dove ero voluto bene non per quello che riuscivo a fare, che era pochissimo, ma perché c’ero. Lì ho imparato una prospettiva per affrontare il mondo e soprattutto ho imparato ad essere me stesso di fronte alle cose. Pur vedendo i miei limiti, ho iniziato a volermi bene. Anno dopo anno, la scuola è finita e mi sono diplomato. Dopo ho scelto di iscrivermi all’Università e frequentare scienze dell’educazione, proprio perché essere educato è la cosa più bella che mi sia successa.

Nelle risposte di Kayros e Cometa tornano due idee semplici: la fiducia di chi sceglie un ente e il tempo necessario perché quel sostegno produca risultati. Il percorso di un ragazzo non si esaurisce in un anno, né coincide con la durata di un singolo progetto. E forse è proprio per questo che entrambe le organizzazioni vorrebbero poter raccontare meglio a chi le sostiene ciò che accade dopo quella firma.

Per chi vuole approfondire i numeri del 5×1000, M.B.S. ha sviluppato 5×1000.mbs.it, un portale che permette di consultare i dati relativi agli enti beneficiari e seguire l’evoluzione delle scelte e delle risorse nel tempo.

Vent’anni dopo la sua introduzione, il 5×1000 ha ancora molto da raccontare. Non soltanto attraverso i numeri, ma soprattutto attraverso le persone e le organizzazioni che ogni giorno trasformano quelle risorse in attività concrete. La sfida per i prossimi anni potrebbe essere proprio questa: fare in modo che chi sceglie di destinare il proprio 5×1000 possa sentirsi sempre più vicino alle realtà che ha deciso di sostenere.

Testo a cura di Fabrizio Palai, Caterina Pedini, Giulia Ripanti e Gaia Raisoni.

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