1. Professore, in questo mese (giugno 2026) riceverà a Chicago il prestigioso “Sesqui Award for Practice” dell’AAIDD, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali nel campo della disabilità intellettiva e dello sviluppo. Che significato ha per lei questo premio e quale messaggio ritiene possa portare all’Italia in materia di inclusione e qualità della vita delle persone con disabilità?

LC: È un riconoscimento che accolgo con gratitudine e con un certo pudore, perché premia la pratica — cioè il tentativo, durato più di trent’anni, di tradurre un paradigma in strumenti che cambiano davvero la vita delle persone.

Il mio legame con l’AAIDD nasce da maestri che hanno segnato il mio percorso: Robert Schalock, Ruth Luckasson, James Thompson, Marc Tassé, Steven Eidelman, Nancy Weiss. Da loro ho imparato che la disabilità intellettiva non si misura sul deficit, ma sulla relazione tra la persona e i sostegni di cui dispone.

Il messaggio che vorrei portare in Italia è proprio questo: la qualità della vita non è un esito sanitario, è un costrutto multidimensionale — il modello di Schalock e Verdugo — che si costruisce con la persona, non per la persona. Abbiamo tradotto i manuali AAIDD, importato il paradigma dei supporti, e oggi possiamo restituire qualcosa: il modo italiano di tenere insieme diritto, clinica e comunità.

Il premio non è un punto d’arrivo personale, è la conferma che un linguaggio comune fra Stati Uniti e Italia è possibile, e che serve.

  1. Negli ultimi anni ha collaborato con MBS in progetti innovativi come InCare62[1] e nella costruzione del modello di Valutazione del Potenziale lavorativo[2] promosso da Regione Lombardia. Come è nata questa collaborazione e quali elementi l’hanno convinta a sostenere questi percorsi di innovazione nelle politiche attive per il lavoro?

LC: È nata da una convergenza di sguardi più che da un accordo formale. Con InCare62 e con il modello di Valutazione del Potenziale lavorativo promosso da Regione Lombardia, ho trovato in MBS interlocutori che non cercavano la soluzione preconfezionata, ma erano disposti a costruire un metodo. Quello che mi ha convinto è stata l’onestà metodologica: la disponibilità a partire dalla persona e dal contesto, e non dall’offerta di servizio già pronta.

Le politiche attive del lavoro, troppo spesso, restano ferme a una logica di collocamento — trovare un posto. Il salto culturale è passare dal collocamento al matching: valutare il potenziale reale della persona, le richieste e le risorse dell’ambiente lavorativo, e costruire l’incontro fra i due. È la logica che ho provato a formalizzare negli strumenti di valutazione del potenziale e di analisi ambientale. MBS ha avuto il coraggio di prendere sul serio questa complessità invece di semplificarla, e questo per me è stato decisivo.

  1. Il Decreto Legislativo 62/2024 ha introdotto il Progetto di Vita Individuale, Personalizzato e Partecipato. Dal suo punto di vista, quali cambiamenti concreti potrà generare per le persone con disabilità e per le loro famiglie nei prossimi anni?

LC: Il 62/2024 ha un valore quasi costituente, perché porta nel diritto italiano la grammatica della Convenzione ONU: il Progetto di Vita Individuale, Personalizzato e Partecipato non è un piano assistenziale aggiornato, è un capovolgimento di prospettiva. La persona smette di essere destinataria di prestazioni e diventa autrice del proprio progetto.

I cambiamenti concreti, nei prossimi anni, li vedo su tre piani. Per la persona: la possibilità di definire i propri obiettivi di vita — dove abitare, con chi, come lavorare — e di vedere i sostegni organizzati attorno a quegli obiettivi, non viceversa.

Per la famiglia: l’uscita dalla solitudine progettuale, perché la partecipazione diventa un diritto esigibile e non una concessione.

Per il sistema: l’obbligo di integrare risorse oggi frammentate fra sanità, sociale, scuola e lavoro attorno a un unico progetto.

La sfida vera, però, è implementativa. Una buona legge può fallire nell’applicazione se manca la cultura dei sostegni e se non diamo agli operatori strumenti operativi solidi. È esattamente il punto su cui sto lavorando: rendere il principio operativo, misurabile, sostenibile.

  1. Guardando al tema dell’inclusione lavorativa, quali sono oggi le principali opportunità e le principali criticità che le persone con disabilità incontrano nell’accesso e nel mantenimento del lavoro? E quale ruolo possono avere strumenti come la Valutazione del Potenziale nel favorire percorsi realmente personalizzati?

LC: L’opportunità più grande è culturale: oggi sappiamo che il lavoro non è un premio per chi “ce la fa”, ma un dominio della qualità della vita e un determinante di salute. Abbiamo anche, finalmente, una cornice normativa — il 62/2024 e le politiche attive — che lo riconosce.

Le criticità sono speculari. La prima è la persistenza di una logica del deficit: ci si chiede ancora “cosa questa persona non può fare”, invece di “in quali condizioni e con quali sostegni può dare il proprio contributo”. La seconda è il mismatch: si colloca senza valutare davvero né il potenziale della persona né le caratteristiche dell’ambiente, e si producono inserimenti fragili, destinati a fallire. La terza è la sostenibilità nel tempo — il mantenimento, non solo l’accesso.

Qui la Valutazione del Potenziale ha un ruolo preciso: non è un test per selezionare, è uno strumento per progettare l’incontro. Quando valuto in parallelo le capacità funzionali della persona e le richieste e risorse del posto di lavoro, posso costruire un abbinamento realistico e prevedere i sostegni necessari a renderlo durevole. È la differenza fra inserire qualcuno e includerlo.

  1. MBS è impegnata nello sviluppo di strumenti e servizi per le politiche attive del lavoro rivolte alle persone con disabilità. Quali ritiene siano i temi strategici e i target prioritari sui quali investire nei prossimi anni per generare un impatto concreto e duraturo?

LC: Indicherei tre direttrici. La prima è la transizione: i momenti di passaggio — dalla scuola al lavoro, dal lavoro protetto a quello competitivo — sono quelli in cui si gioca tutto e in cui oggi si perdono più persone. Investire su strumenti e accompagnamento nelle transizioni ha l’impatto più alto.

La seconda è la formazione degli operatori e dei contesti: nessuno strumento funziona senza professionisti che padroneggiano il paradigma dei supporti e senza datori di lavoro accompagnati a diventare ambienti capacitanti. Il target non è solo la persona con disabilità, è l’ecosistema attorno a lei.

La terza è la misurazione degli esiti: dobbiamo poter dimostrare, con dati di qualità della vita e non solo di occupazione, che questi percorsi producono valore — per la persona, per l’impresa, per la comunità. È ciò che rende l’innovazione duratura invece che episodica.

Il filo che le tiene insieme è uno solo: spostare l’investimento dai servizi alle persone, e dalle prestazioni ai progetti di vita.

  1. Se dovesse indicare una sola priorità per costruire una società realmente inclusiva nei prossimi dieci anni, quale sarebbe?

LC: Direi “passare dall’integrazione all’appartenenza”. Per anni abbiamo lavorato perché le persone con disabilità fossero inserite — a scuola, al lavoro, nei luoghi. Ma l’inserimento può convivere con la solitudine. La vera priorità è la comunità: costruire contesti in cui ciascuno non sia tollerato o assistito, ma atteso, riconosciuto, parte di un legame.

C’è un pensiero di Lévinas che porto con me: la responsabilità nasce dal volto dell’altro, prima di ogni calcolo. Una società inclusiva è quella che impara a guardare quel volto e a rispondergli. Tutto il resto — le leggi, gli strumenti, i modelli che costruiamo — serve solo se prepara questo incontro. Se in dieci anni riuscissimo a far sì che nessuna persona con disabilità debba più meritarsi un posto nella comunità, perché quel posto le appartiene già, avremmo fatto la cosa che conta.

 

[1] InCare62 è una piattaforma digitale strutturata per lo sviluppo dei progetti di vita delle persone con disabilità.

[2] La Valutazione del Potenziale, introdotta da Regione Lombardia nell’ambito della sperimentazione prevista dalla DGR XII/4613 del 2025 e disciplinata dal Decreto n. 19060 del 23 dicembre 2025, è un questionario finalizzato a rilevare risorse, capacità, aspirazioni della persona, al fine di orientare percorsi personalizzati di inclusione e inserimento lavorativo.

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